Perché lo spot di Layla Cosmetics è così imbarazzante?

The Longer The Better. Ma de che? Forse il più imbarazzante.

La nuova campagna di un banale mascara Layla Cosmetics ha scatenato un putiferio. 

E giustamente!

(Nella versione originale QUI c'era il link allo spot sul canale YouTube ufficiale, ma è stato rimosso! Quindi lo sostituisco con QUESTO che poi magari lo rimuoverano. Eh, vabbé.)

Sul perché sia una merdata mi auguro nessuno di noi abbia dubbi. Qui vorrei approfondire l’aspetto comunicazione e marketing e ragionare con te. 

Si tratta di uno spot razzista-sessista-imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Lo hanno raccontato molte persone, tra cui Giulia Baldini di cui ti invito a leggere questo.

E Grazia Fainelli qui.

Ma, com'è potuto succedere?

Ogni volta che mi trovo a progettare e fruire contenuti mi chiedo sempre - soprattutto - “perché”.

Ecco. Su questo vorrei concentrare i nostri sforzi.

Ho individuato 3+1 “I” che riassumono la situazione:

La prima “I” si spiega quasi sola: in quest’intervista Babila Spagnolo, Amministratore Delegato di Layla Cosmetics, racconta di un’azienda inclusiva. Non era molto tempo fa. 

Cosa significa inclusività

“Termine con cui si designano in senso generale orientamenti e strategie finalizzati a promuovere la coesistenza e la valorizzazione delle differenze attraverso una revisione critica delle categorie convenzionali che regolano l’accesso a diritti e opportunità, contrastando le discriminazioni e l’intolleranza prodotte da giudizi, pregiudizi, razzismi e stereotipi.”

[Continua su Treccani]

Ecco dunque il primo peccato mortale, grave errore tecnico di comunicazione: venire meno alle promesse fatte, o peggio fare false promesse, sbandierare al vento “valori” aziendali perché così fan tutti, ma che poi dimostri di non abbracciare davvero. Forse neanche di comprendere in questo caso.

L’incoerenza si paga e pure a caro prezzo.

Ma procediamo con la seconda “I”: incompetenza.

Qui il discorso è un po’ più ampio e necessita una premessa: la campagna in co-branding con Taffo per il medesimo prodotto.

Una special edition dell’ormai celeberrimo ”The Longer The Better” di cui agevolo filmato qui.

Bella eh!?

Questa è una campagna di tutto rispetto che ha sapientemente (secondo me) legato i due brand con “ironia e irriverenza”. Ciò che si definisce un approccio distruptive, ovvero dirompente, tipico del social media marketing di oggi.

Se lo sai fare funziona. Se lo sai fare.

Un approccio ben lontano dal marketing tradizionale che pone(va) il prodotto al centro. Siamo da un bel pezzo nell’epoca del marketing relazionale. Cioè?

Come il termine stesso suggerisce, l’attenzione si è spostata dal prodotto alla persona. Più precisamente alla relazione che il brand instaura, coltiva, nutre con i propri clienti e potenziali clienti.

Sì, la famosa community. No, non i follower (che possono essere comprati, scambiati, barattati) le persone vere e in target.

Come si fa?

Ci si affida a figure professionali che lo fanno di mestiere. Non è genio e sregolatezza, anzi, la sregolatezza non c’entra proprio nulla. Perché prima di attuare una campagna del genere si studia in maniera ossessiva ogni aspetto e ci si interroga profondamente sull’effetto che avrà. A chi vogliamo che arrivi principalmente, cosa ne pensa il nostro target di un determinato argomento o linguaggio, quali parole usa e quali comprende. Quali emozioni susciteremo.

In genere ci si prepara anche con un piano di crisis management perché questo tipo di comunicazione ha sempre dei rischi. Rischi valutabili e gestibili.

Gestibili se li conosci, eh!

E qua arriva la terza “I” l’incoscienza.

Confesso che la “cosa” del merdone di Layla non mi ha per nulla stupita. 

Pensare che in una grande azienda, con grandi budget da investire, con tanti “esperti” e direttori marketing e chissà quanti super responsabili, l’ultima parola sia affidata a chi ha le competenze giuste è una favoletta. Non è sempre così.

Spesso chi ha l’onere/onore di prendere la decisione finale non ne capisce una mazza. Forse neanche ci sta sui social.

Perché il problema è qui: i social.

Questo discutibilissimo spot è stato pensato per i social media secondo te?

E se sì, quali?

Considerando che il media su cui va (andava?) in onda in esclusiva sono “i canali Mediaset” deduco che si tratti di uno spot per la tv (media tradizionale) rivolto a un pubblico moooolto molto specifico.

Il famoso target che apprezza l’offerta delle reti Mediaset tra cui trionfa, per esempio, il GF Vip e “La pupa e il secchione” (inorridisco solo a scriverlo). Eppure è un target con bisogni, desideri, paure e quindi cliente di qualcuno.

Io non faccio parte del target. E tu?

Con assoluta schiettezza ti chiedo:

Domande a cui non so rispondere perché non ce la posso fare a guardarli.

Non per snobismo, anche io amo il trash, ma questo è ben oltre il trash. Sono troppo sensibile a certi argomenti, evito accuratamente di legarmi a persone e aziende di cui non condivido i valori e quindi… non posso. 

Sono dunque abbastanza sicura che se il video fosse rimasto lontano dai social il clamore sarebbe stato minore. Di sicuro più lento.

Lo so, stai pensando: lo hanno fatto di proposito in nome del “basta che se ne parli”.

Può essere, ma se così fosse avrebbero avuto un piano di crisis management e la bomba non gli sarebbe scoppiata in mano.

Dai commenti, dai pubblica/cancella post, dalle non-dichiarazioni ufficiali, direi che hanno fatto una cazzata e basta. 

Peccato che quando pubblichi qualcosa sui social, quando sei un brand, quando lanci il sasso, diventa del tutto inutile nascondere la mano.

Anzi, è pure peggio.

Già immagino queǝ “poverettǝ” che si saranno presi la briga di dire: “succederà un casino.”

Magari hanno pure fatto riunioni su riunioni, ma si sa, l’ultima parola è del capo (ovvero di chi paga gli stipendi a fine mese). Se l’idea geniale è stata proprio del capo allora rassegnamoci… vedremo altre oscenità così finchè mancherà la consapevolezza, la coscienza, l’umiltà e la capacità d’ascolto di questi individui.

Ad avvalorare questa ipotesi - poco creativa, lo ammetto - ti invito a visitare il profilo Instagram di Babila Spagnolo.

Cito: realbabagram

“Spot Layla The Longer The Better Extra Black.

Mi dicono che sia un po’ fuori dalle righe! Boh non capisco.😂

Grazie a tutti. Abbiamo creato qualcosa di magnifico.”

Ma qui mi si apre nella mente un grande enorme dubbio:

chi ha firmato rinnegato questa campagna?

Perché una cosa è certa: non si tratta di una produzione low-cost “fatta in casa per voi” (cit.)

Volevano forse sollevare volontariamente questo vespaio scatenando il dibattito a cui stiamo assistendo?

E chi lo sa… (ma se leggerai fino alla fine forse lo scopriremo).

Non tutto il male viene per nuocere, approfittiamone rinfrescandoci la memoria con una carrellata di ADV altrettanto imbarazzanti.

Segnalata da Roberta Tafuri

Non ha destato alcuno scandalo, anzi. Personalmente la trovo pure “gradevole” 😜 e non ho notato alcun commento offensivo, omofobo, o altro. Ma mi chiedo: se la protagonista fosse stata una donna?

Il retaggio culturale avrebbe generato un sottinteso del tipo: è un invito sessuale?

Posso affermare che questa pubblicità è stata firmata da Gibbo&Lori perché compare nel loro porfolio.

Colpo di scena momò!

Cerca che ti ricerca, il sempre affidabile Google svela l’arcano:

Ta-dà! Mistero risolto!

Risolto ‘na cippa!

Qui si apre una nuova serie di domande, tra cui: come mai non è presente (ad oggi) tra i loro lavori?

Perché, con tutto il trambusto che ha generato 'sto spot, non hanno sentito l’esigenza di divulgare il processo creativo, l’intento, la musa che li ha ispirati?

Ai posteri l’ardua sentenza, a Gibbo&Lori la risposta a tutti i nostri dubbi.

Poi mi piacerebbe pure sapere cosa ne pensa davvero Riccardo Pirrone. Ma questa è ‘na cosa mia. Perché lo stimo e sono certa che potrebbe arricchire notevolmente il dibattito.

E quindi? Finisce così?

Non so se sia furbo o meno, però sento il dovere morale di esprimere la mia personalissima e modesta opinione su questo spot: mi fa cagare lo trovo aberrante.

Lasciami aggiungere che:

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”

cit. Ben Parker lo zio di Spiderman.

Noi comunicatori facciamo un mestiere insidioso e nessuno NESSUNO ha la verità in tasca.

È giusto e nei nostri diritti esprimere opinioni e dire ciò che apprezziamo e detestiamo, perché ci turba o ferisce, è un sacrosanto diritto difendere i diritti. Solo mi piacerebbe vedere la stessa partecipazione anche alle campagne che destano meno clamore, magari perchè sono fatte bene e cercano di sensibilizzare, raccogliere fondi e veicolare tematiche importanti.

Sostenere chi si impegna a fare bene è importante come asfaltare chi fa cazzate.

Anzi, secondo me è più importante e sicuramente più utile.

O no?

Sentiti liberǝ di commentare, dissentire, incazzarti e dare il tuo contributo. Puoi pure condividere l'articolo, eh! #sharingiscaring

Io resto in ascolto.

Ringraziamento speciale: questo contenuto l'ho scritto io - Marina aka Momò - e me ne assumo ogni responsabilità. Devo però dire grazie a chi, con grande pazienza e fiducia, ha contribuito alle mie ricerche e deduzioni e ogni giorno si fa carico di ascoltare le mie chiacchiere in Freelancerìa.

In ordine puramente alfabetico.

Infine, grazie a te! Hai fegato oppure taaanto tempo a dispozione 😅💜

Tò il ToV! Il tone of voice e i social media.

Tutti abbiamo una voce, tutti davvero.
La nostra voce è legata ai valori che possediamo, all’etica, volendo anche alla morale e alle battaglie che combattiamo.
È qualcosa di profondo, che ci può definire come persone e professionisti.
Non serve parlare per avere una voce.

Il tono di voce non è legato al volume con cui parliamo – come si potrebbe pensare – né al timbro.
È piuttosto l’espressione del nostro carattere, il modo in cui decidiamo di comunicare.

Voce e tono di voce sono quindi inesorabilmente legati tra loro ma non sono la stessa cosa. La farò più semplice che posso, con tutti i limiti che comporta semplificare al massimo:

- La voce è la personalità, il carattere, i valori, le credenze che un brand ha. 

- Il tono di voce è l’insieme delle caratteristiche verbali che quello stesso brand ha scelto di utilizzare per esprimere la propria voce.
Inoltre, per i brand e i personal brand, il ToV ha anche una forte relazione con l’autenticità.

Ti vedo: hai la stessa espressione di Arnold mentre dice “Che diavolo stai dicendo Willis?” e non voglio che ti rimanga il broncio, quindi ora ti spiegherò cosa diavolo sto dicendo.

Perché è importante definire un ToV autentico e coerente.

Proverò a spiegarmi con un disegnino esempio.

Fino a prova contraria stai leggendo questo articolo.
Se ti piace ne leggerai altri sul mio blog, andrai a curiosare sui miei profili social e ti farai un’idea di come sono, di come comunico e anche di quali sono i miei valori e le mie credenze.
Potresti addirittura decidere di fissare una consulenza con me, mettiamo il caso tu lo faccia. 


Pensa alle ipotesi:

ToV

Ti torna?

Quanti ToV esistono?!

Oggi è difficile differenziarsi dalla massa, riuscire a farsi notare.
Il ToV ci aiuta tanto in questo, così come nell’attirare potenziali clienti che ci somigliano, che siano in linea con noi, i nostri valori e che vogliano lavorare con noi e solo con noi.

La Regina del Tono di Voce, Valentina Falcinelli, ha scritto per tutti noi Testi che parlano, un librino piccino picciò che ti aprirà gli occhi momò.
Ti consiglio di leggerlo, s’era capito?

A un certo punto della lettura, scoprirai che Valentina suddivide il ToV in macrocategorie. Tieni presente che:
- al loro interno esistono tantissime sfumature che solo un copywriter professionista saprà riconoscere e riprodurre;
- l’unione di queste sfumature produce ogni volta un tono di voce differente perché personale e unico.

Pensa alle aziende e ai freelance: esistono tanti toni di voce diversi quanti brand e personal brand abbiamo sulla Terra.
C’è anche un problema però, che è poi sempre il solito, ovvero omologarsi al tono altrui, magari di un concorrente, solo perché pensiamo che sia quello adatto al nostro settore.

Attenzione: se il tono degli altri ti appartiene, non c’è nulla di male a farlo tuo; tolto che non esprimerai la tua unicità.

Metti per caso una fagiana.

Tra i toni di voce più famosi (almeno in Italia) che troviamo sui social, la più citata è sicuramente Cristina Fogazzi, alias l’Estetista Cinica.

Ragazzi, Fogazzi spacca e nessuno può negarlo!

Ha un tono ironico, senza dubbio cinico, frizzante e riconoscibile in ogni dove, sia online che offline.
È evidente che conosce molto bene i problemi del suo target e come risolverli, anche regalando un sorriso – che non fa mai male.

Possiamo provare a copiare il suo ToV ma tutti se ne accorgerebbero: farlo sarebbe utile ai tuoi affari?

Un po’ meno conosciuta di Cristina sui social, è la bravissima Beatrice Mautino, alias Divagatrice.
Beatrice è una biotecnologa, divulgatrice scientifica e autrice.
Il suo piatto forte è appunto la scienza, soprattutto applicata ai cosmetici.
Beatrice ha un tono molto autorevole, super professionale ma non per questo freddo o impersonale.
Anzi, troviamo spesso ironia e sarcasmo, che vanno a dare sapore a temi altrimenti poco digeribili per molti di noi: anche sul suo profilo non mancano le occasioni per sorridere (seppur amaramente, a volte)!

Ho scelto di parlarti brevemente di Cristina e Beatrice perché, nonostante trattino due temi simili (cosmetici) sotto una prospettiva diversa e con toni diversi, entrambe sono un ottimo esempio: dimostrano come si possa rendere piacevole, unico e interessante qualsiasi argomento.
E come questo le abbia aiutate a creare una community solida, che condivide i loro valori e che… compra!

Esiste un ToV differenziante per ogni brand

Puoi essere te stessə sempre, dentro e fuori dai social.

Abbiamo chiarito che tutti abbiamo una voce e un tono di voce fatto di sfumature e note di base.
Significa che, in ogni contesto in cui ci troviamo, abbiamo una sorta di codice, di linea guida che ci spinge a essere coerenti con ciò che comunichiamo altrove e come lo facciamo.
Esempio social molto diretto: su LinkedIn difficilmente saremo scanzonati come su Instagram, sei d’accordo?
Eppure anche sul social per professionisti più famoso del mondo possiamo evitare di snaturarci e schivare come la peste le pozzanghere dell’omologazione.

In queste situazioni, così come in caso di un public speaking a un evento dal vivo, il tono di voce ci aiuta a mantenere la nostra unicità, rendendoci riconoscibili e differenti dai concorrenti mantenendo una dignità professionale.

Tu hai definito il tuo tono di voce?
Scrivimi e raccontami come lo descriveresti in 4 aggettivi! Verrò a leggere alcuni dei tuoi post - momò - e ti dirò che ne penso!

Come augurare Buon Natale in modo originale?

Sembrava non arrivasse mai e invece eccolo qui: anche quest’anno ormai è quasi Natale e molti professionisti che possiedono almeno un profilo social hanno già pensato come fare i consueti auguri a clienti e non.

È in questi giorni che altri si dedicano a produrre contenuti ad hoc per Natale e capodanno, e il dubbio che assale chiunque è: come augurare Buone Feste sui social in modo diverso dall’anno scorso, originale rispetto ai concorrenti e possibilmente che i clienti ricordino?

Per una risposta che sia perfetta per il tuo caso, ti consiglio di prenotare una consulenza subito (oggi è il 22.12, che aspetti?), se invece vuoi sapere cosa ho fatto o farò io per alcuni dei miei clienti, continua a leggere.
Dopotutto potresti trovare ispirazione in ciò che troverai in questo articolo.

I soliti Auguri.

Su Facebook già da alcuni giorni troviamo profili aziendali e gruppi che hanno sostituito la copertina d’ordinanza con una a tema natalizio. 

Questa tecnica fa subito tutto il lavoro sporco: infatti appena entri su questi wall, già ti aspetti di incontrare neve, elfi e regali.

Alcuni cambiano l’immagine di profilo, altri creano un contenuto comunitario che valga per tutti e poi ci sono i piccoli scrivani di Babbo Natale. 

Queste creature vivono tra noi e si prendono la briga di mandare un messaggio privato e personalizzato su Messenger, che quando lo ricevi pensi subito “e tu chi [email protected] sei?”, ma poi ti lasci andare a un pianto commosso pensando a questa persona che il giorno di Natale, anziché stare con gli affetti, scrive un messaggio a ogni suo follower.
Asciugati le lacrime: è un bot.

Su Pinterest iniziamo a ricevere i pin augurali degli altri in privato, con messaggini dedicati; su Instagram si sprecano le stories e i reel a tema festività e su Twitter facciamo caso agli # e ai trend di quest’anno.

Dove sta l’originalità?

Fin qui non ne hai trovata, lo so, anche se diciamolo chiaramente: sui social i mezzi e i format sono questi per tutti.
L’originalità sei tu, che potrai sforzarti di creare un contenuto curato, che parli della tua attività a modo tuo – quindi in modo diverso da quello dei tuoi clienti – e che, soprattutto, parli ai tuoi clienti e solo a loro.

Torniamo al solito atavico problema: conosci il tuo target?
Se non lo conosci difficilmente si sentirà coinvolto dai tuoi auguri, nonostante l’impegno che investirai nel prepararli e infiocchettarli.

Natale alternativo.

Ricorda poi che i tuoi auguri dovranno essere coerenti con le azioni che compirai offline e, perché no, collegati indissolubilmente.
Per esempio:

E “i miei” auguri per i miei clienti?

Io stessa ho pensato, in passato e anche quest’anno, a contenuti personalizzati per i miei clienti… Quindi in realtà li ho creati per i loro clienti.

Per un’azienda che si occupa di creare canali radio personalizzati (tipo quelli che senti al supermercato o da McDonald’s, per capirci), ho pensato a un contenuto empatico sulla scia de “Il più bel regalo che abbiamo ricevuto sono i nostri clienti”.

Per un parrucchiere ho creato un video ambientato a mezzanotte che parla del “Sogno di Natale” (un po’ la storia di Ebenezer Scrooge ma meno triste).

Un altro modo, sicuramente molto in voga ma secondo me sempre apprezzato, è fare un piccolo regalo.
I famosi freebie servono anche a Natale e non devono essere per forza legati al periodo dell’anno: basterà confezionarli adeguatamente (voglio dire che se ne hai uno pronto puoi usarlo, aggiungi un po’ di vischio e via).

Il mio consiglio, soprattutto per artigiani e attività locali, è di mischiare insieme territorio, arte, tradizioni e cultura, creando un mix che verrà compreso e apprezzato appieno dal target.

Ehi, se non ci sentiamo più… Buon Natale!

So che alla fine di tutto questo pippozzo ti aspetti degli auguri da circo, fuochi d’artificio e cose spericolate, quindi ho deciso di stupirti con un banale – ma sempre efficace – Tanti Auguri a te e famiglia!

… E che il 2022 ti porti dove vuoi arrivare e oltre.

Baci,
Marina.

Fenomenali poteri cosmici e minuscolo spazio vitale: la bio di Instagram.

Ti sei mai chiestə cosa può fare per te una bio di Instagram?
Forse no, magari sai solo che va fatta e provvedi a scriverne una e se è così non sentirti pirla perché in tutta sincerità credo siano pochissime le persone che si pongono questa domanda.

La bio di Instagram è di fatto una biografia di 150 caratteri.
In base alla tipologia di profilo che hai creato e all’uso che ne farai, descriverà il tuo brand dal punto di vista professionale, oppure parlerà di te sotto una luce più personale.

In estrema sintesi la bio di IG dice quello che vuoi tu. Intendo proprio letteralmente: puoi scrivere quel che vuoi ma dovrai mettere in pratica tutte la tua capacità di sintesi.

E se il dono della sintesi non ce l’hai?
Ahi ahi ahi ahi ahi!

Come deve essere una bio IG… Uguale a tutti i tuoi competitors.

Online c’è il mondo, anzi, forse qualcosa in più visto che spesso molti di noi hanno più di un profilo.

Ormai tutti utilizziamo i social per scopi lavorativi, quindi parliamo di questo: le bio di IG dei profili professionali.
Sai cosa puoi notare se ti soffermi a leggere le bio di persone che fanno un lavoro simile tra loro?
Che sono tutte uguali, più o meno noiose e stimolano, in quantità differenti, una certa dose di diffidenza in chi le legge.

Certo, fare come fanno tutti è rassicurante e in più se lo fanno tutti ci sarà un motivo, no? Forse lo fanno tutti perché quelle bio convertono?

I guru del marketing ci riempiono le orecchie di quanto sia importante differenziarsi, noi ce ne riempiamo a nostra volta la bocca ma… Pochissimi hanno il coraggio di differenziarsi davvero.

Vuoi un esempio?
Provo a indovinare la bio di un SMM qualunque:

Carina eh, ci mancherebbe. 

Ma se la tua somiglia a questa, un po’ mi dispiace per te.

Perché scriverne una che i tuoi clienti ricordino.

Quando percorri tante volte la stessa strada finisci per ritrovartici soprappensiero, di attraversarla senza nemmeno bisogno di concentrarti o farle troppo caso.

Funziona allo stesso modo anche per gli utenti dei social: a furia di leggere e vedere sempre le stesse cose non si soffermano, sono di passaggio senza prestare attenzione.

Vuoi che i potenziali clienti che finiscono sul tuo profilo facciano così?
Eppure tu impieghi tempo, cura e dedizione a curarne i contenuti, a essere presente e a cercare di rendere il mondo online un posto migliore. Meriti che le persone perlomeno leggano ciò che crei per loro.

Come insegna una delle regole base del copywriting, le prime 2 righe di qualsiasi testo sono importantissime: è lì che il lettore decide se vale la pena continuare a leggere o se sarà meglio dedicarsi ad altre attività più piacevoli o interessanti.


Prova ad applicare la stessa regola alla tua bio, cattura il cliente, osa, spostati dal sentiero del “ti aiuto”, trova altre parole e riferimenti.

Fai in modo che si ricordino di te e tieni a mente che se riesci a farli ridere – senza diventare una sorta di giullare dell’Instagram – o riflettere, li hai già conquistati.

Cosa serve per una bio come dico io?

Per riuscire a scrivere una bio memorabile bisogna avere chiarissimo il target a cui ci rivolgiamo (sì, so che stai pensando “che palle ‘sto target” ma oh, è importante) perché una bio di questo tipo è molto differenziante, certo, ma anche parecchio divisiva.
Devi sapere cosa il tuo target accetterà e cosa no, cosa capirà e cosa no, cosa apprezzerà e cosa detesterà.

Infatti, dopo aver modificato la tua bio come dico io (daje), perderai alcuni follower. Ma stai tranquillə perché in pochi giorni ne arriveranno di nuovi e si innamoreranno di te al primo istante.

Tieni presente che una bio di Instagram differenziante rispetterà il tuo tono di voce ma in più potrà prevedere a grandi linee anche una strategia di comunicazione, visiva e verbale.
Insomma, può semplificare notevolmente il tuo processo di produzione dei contenuti.

Come lo so?
Beh, anzitutto perché questo è il mio lavoro, poi perché sto seguendo un cliente che ha una bio particolare che mi ha indicato subito la strada da seguire per la produzione dei suoi contenuti, rendendomi la vita decisamente più semplice del previsto.

Sto parlando di Matteo Gioiosano, Facebook ads specialist:

Questa bio è stata scritta dalla mia socia e copywriter Alice, che ha preso ispirazione dalla famosa citazione di Clint Eastwood in Per un Pugno di Dollari (ndr: “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”).


Poiché riprende una citazione davvero molto conosciuta, suona famigliare a chi la legge e attira l’attenzione perché crea, in questa sensazione di famigliarità, un’anomalia.
È in questo modo che attira l’attenzione e aggancia il suo target: persone decise a convertire su Facebook con le sponsorizzate a pagamento.

In più rappresenta bene la professionalità e la determinazione di Matteo, che è decisamente un uomo con molte armi dalla sua, quando si tratta di fare il suo lavoro.

Come la bio di Instagram ha condizionato – e semplificato – la mia produzione dei contenuti per Matteo.

Quando si comunica sui social l’errore più comune è finire con l’omologarsi a ciò che “va per la maggiore” in quello specifico settore e nicchia – nel caso di Matteo le ads Facebook.

In poche parole si tende a seguire quello che gli “altri” (i concorrenti) pubblicano perché pare che funzioni.

Nonostante l’alta qualità dei contenuti prodotti, si rischia così di essere “uno dei tanti” e nessuno o pochissimi ricorderanno che quel carosello così interessante è di Matteo Gioiosano.

La bio di Instagram scritta da Alice per Matteo, invece, mi è stata molto utile per tracciare una “rotta” partendo dal primo PED, nel quale ho definito rubriche e linee guida editoriali per i primi 6 mesi. 

Dalla bio sono partita per lavorare sull’identità visiva: abbiamo realizzato delle nuove foto e associato l’emoji 🤠questa emoji per rendere ancor più riconoscibile la “voce” del mio cliente.

Esempio di contenuto ispirato alla nuova bio Instagram di Matteo.

Parametri come i follower, le vanity metrics e i cuoricini sono segnali da tenere in considerazione ma che hanno un peso relativo: ti accorgi di aver lavorato bene su identità, proposta di valore e community, quando inizi a chiedere (oltre che a dare).

Per esempio Matteo ha proposto le sue consulenze e realizzato – e venduto – il suo primo corso. 

Chi compra se nessuno sa bene chi sei e come ti chiami?
E come puoi riuscire a differenziarti dalla concorrenza, farti riconoscere se non facendo qualcosa di diverso inserendo elementi – verbali e visivi – che sono solo tuoi?

Infine, una bio che spacca e coerente, ti tornerà utile utilissima quando attiverai le tue ADS. Ma questa è un’altra storia, 🤠vero Matteo?

Get Up Set Up e passa la paura.

Per tutte queste ragioni io e Alice abbiamo pensato a un servizio combinato che riesca a settare il profilo IG dei nostri clienti, differenziandoli, rendendoli memorabili e facendo in modo che non rimangano a corto di idee, pensando per loro dei contenuti personalizzati e coerenti con il tono di voce e l’immagine evocata da quei 150 caratteri.

Si chiama Get Up Set Up e fornisce una bio che spacca e 30 idee per dei contenuti personalizzati, felici e contenti, da creare e distribuire sul tuo calendario editoriale a piacere, secondo le tue necessità.

Vuoi saperne di più?
Ti basta chiedere!

Signò, 3 etti di calendario editoriale, grazie.

Cosa pubblicare sui canali social, come organizzare e distribuire le uscite dei post, come fare un calendario editoriale, sono domande a cui gran parte dei social media manager che segui, probabilmente, fingono di rispondere.

Se anche tu ne hai abbastanza dell’effetto “detto non detto”, smetti di leggere.

Se non trovi le risposte, smetti di chiedere a Google


La verità è che nessun SMM può davvero rispondere a questa domanda in un articolo, un post o podcast, nemmeno io: per dare una risposta sensata sarebbe necessario conoscere te, la tua attività, gli obiettivi che ti sei postə di raggiungere con i tuoi contenuti, il tuo Tono di Voce, quanto tempo puoi dedicare all’attività di creazione di grafiche e caption…

Anziché domandare a Google “cosa pubblicare sui social”, fissa una consulenza personalizzata col tuo SMM preferito.
Ti posso garantire che se lo facessi investiresti bene tempo e denaro, perché ne usciresti con le tanto agognate soluzioni a problemi come:

Il calendario editoriale “a misura” non esiste


Quando ci si avvicina a un canale social, sia esso Instagram, Facebook, Pinterest o LinkedIn, siamo sempre tutti belli carichi.
Tutti - anche i SMM prima di diventare tali - abbiamo iniziato con “pubblicherò un post al giorno”.

Ben presto ci accorgiamo che questi sono ritmi poco sostenibili per produrre contenuti di valore e passiamo velocemente ai canonici 3 post alla settimana.

Ma perché?
Ti servono 3 post a settimana o puoi essere presente anche in altri modi?
O ancora meglio, hai il tempo, le risorse, le energie e le idee da sviluppare per produrre 3 post a settimana che abbiano senso:

In breve, dare i numeri non è produttivo.
È necessario decidere quanto e quando pubblicare, solo dopo aver fatto le dovute analisi.

Il calendario editoriale non si vende un tanto al kg. - i contenuti non sono pomomòdori purtroppo per te - ma nemmeno al cm. (anche perché se non sei Rocco Siffredi, che ci fai poi con ‘sti cm.?)

Però esiste il CED “su misura”


Ormai è chiaro che ogni contenuto va studiato, non si può improvvisare (o meglio: si può, se si è capaci) e quindi possiamo dedurre insieme che una buona strategia debba essere fatta più che su misura.

Esistono tuttavia alcuni stratagemmi, delle piccole furbizie, che ci aiutano a colmare le lacune della nostra programmazione. Si tratta di spunti che ben si adattano a chiunque, con estrema semplicità.
Per condividerli con te ho confezionato il CalenDiario, un vero e proprio calendario mensile con segnalate ricorrenze, giornate mondiali o nazionali e tutto ciò che d'interessante e ciclico avviene in quei giorni.

Dove lo trovi?
Su Instagram!
Ogni metà del mese pubblico sul mio profilo il CalenDiario del mese successivo, per darti tempo di preparare i contenuti in anticipo.
Ti consiglio anche di mettere la sveglia: dal 30 Agosto, ogni ultimo Lunedì del mese alle 12.30, tengo una diretta di approfondimento per approfondire, dare consigli e dritte sui contenuti realizzabili con l’aiuto del CalenDiario.

Che dici, inizierai a seguirmi?
È facile, ti basta cliccare qui.

Carə cuginə, ti scrivo

C’è un motivo se noi lavoratori digitali siamo incazzatissimi coi “cugini” di tutti ma in realtà non ce l’abbiamo coi parenti di nessuno.

Definiamo cuginə (o cugginə): persona tra i 15 e i 35 anni, nativə digitale, da sempre in possesso di smartphone e quindi ritenutə sgamatissimə in tutto ciò che è digital, Social in primis, senza avere alcuna competenza professionale in merito.
Non sempre lə cuginə ha legami parentali con l’azienda per cui lavora, ma spesso il committente contatta un Social Media Manager PRO dicendo “finora l’ha gestito miə cuginə” oppure “questo lo segue miə cuginə”.
Altrettanto spesso l’azienda che si rivolge al cuginə rimane insoddisfatta o, nel peggiore dei casi, fregata, con un lavoro eseguito “basta che sia” e che:

Domanda provocatoria: se bastasse essere cugini di qualcuno per lavorare bene coi Social Media, a cosa servirebbero i vari corsi, più o meno costosi ma che comunque bisogna aver voglia di seguire, che si trovano in rete?

Per fare un post NON bastano 2 minuti

Purtroppo in Italia è ancora molto diffusa la convinzione che il SMM “scriva 2 cazzate e pubblichi una foto”.
Questo è ciò che fa lə cuginə, ecco perché i SMM li mal sopportano: i cugini svalutano il reale valore del loro lavoro, alla facciazza del tempo impiegato a studiare e a fare esperienza.

Per fare un post come Dio comanda servono diversi requisiti, per esempio conoscenze di copywriting - almeno basiche - e competenze minime di grafica. E questa è la parte più facile, perché dobbiamo tenere a mente che un post che funziona è un contenuto all’interno di una strategia di marketing, non un evento isolato.

L’etichetta Social Media Manager comprende abilità trasversali molto ampie e differenti tra loro, perché si occupa di gestire la presenza online di un’attività dall’A alla Z:
- definisce quali canali utilizzare
- declina i contenuti in formati adatti a ciascuna piattaforma utilizzata
- crea e gestisce le pagine social
- gestisce, nutre e modera le community
- analizza gli insight
- valuta e propone una strategia di contenuti che porti a raggiungere gli obiettivi aziendali e la ottimizza durante il percorso
- crea i contenuti e li pubblica
- cura l’identità e la reputazione del brand
- genera traffico in entrata

… e probabilmente io stessa ho scordato qualcosa 😜


Chi può ha un intero reparto di Social Media Marketing


e al suo interno troviamo lo Strategist, il Content Manager, il Community Manager, l’ads expert e l’analista.

Ma siamo realistici, in quanti si possono permettere un intero team di professionisti, soprattutto se non viene riconosciuta l’importanza della specializzazione di ciascuna di queste figure?

Al Social Media Manager è quindi richiesta ognuna di queste competenze, tra loro ce ne saranno alcune nelle quali sarà più a suo agio e altre meno, ma un professionista serio proporrà soluzioni al proprio cliente anche presentandogli dei colleghi ferrati su una disciplina specifica, al bisogno.

Un Social Media Manager rispettabile è in grado di fare un passo indietro quando sa di non poter raggiungere i risultati richiesti e ha una caratteristica spiccatissima: la curiosità.
Infatti possiede basi di marketing, ascolta podcast, segue corsi, si aggiorna, impara dai colleghi, prende spunto ed elabora tutto ciò che capita nel suo raggio sensoriale, ma ci sono...

... cose che un Social Media Manager deve saper fare


- Sviluppare una strategia di marketing sui Social, ovvero definire come e dove muoversi per raggiungere gli obiettivi aziendali (l’ho fatta facile)
- Curare la reputazione e l’identità del brand che si segue, definendo e rispettando il Tono di Voce aziendale
- Identificare il target, conoscerlo dettagliatamente e mettersi nei suoi panni (io adoro la fase cosiddetta di listening, te ne parlerò presto!)
- Impostare obiettivi misurabili e valutare il grado di conversione
- Produrre contenuti differenzianti di qualità, sia a livello testuale che grafico, e saperli declinare correttamente per tutti i canali in cui il cliente è presente
- Pubblicare e moderare le pagine, sapendo anche gestire la comunicazione in caso di crisi. Certo, non parliamo di crisi di Stato o umanitarie, ma ti posso assicurare che alcuni commenti sono davvero in grado di distruggere la reputazione che hai creato con tanta fatica per la tua attività: rispondere (o non farlo) in modo corretto, può davvero salvarti - non la vita, ma - il portafoglio
- Monitorare l’andamento delle pagine e produrre i report per il cliente, valutando la crescita del profilo, la copertura dei post, le conversioni, ecc.

C’era una volta un business che si affidò a un cugino


La realtà è molto diversa dalle favole e l’attività che si affida a cuginə non vivrà il classico “e vissero felici e contenti” restando con questo losco figuro tanto bistrattato online.

Come finisce, quindi?
La storia può avere 3 epiloghi:
- prima di fare danni grossi alla propria comunicazione online, l’azienda corregge il tiro e si rivolge a un professionista;
- lə cuginə combina un casino e l’attività si rivolge, disperata, a un Social Media Manager qualificato e referenziato;
- il business non comprende cosa sta succedendo, non ha gli strumenti per valutare la qualità del servizio reso dal cuginə e continua a farsi fregare. 
Tuə cuginə lavora sui tuoi Social come lo farebbe un Social Media Manager professionista?
Prova a tenere traccia dei risultati che ottieni con la sua gestione e, se ti va, scrivimi: la prima consulenza è gratuita e, chissà, potresti scoprire che tuə cuginə è unə PRO!

Cosa pubblicare sui social? Conosci il tuo target, non la magia

Ti vedo sai?
Sei lì, davanti al tuo profilo Facebook o Instagram, immobile e apparentemente in trance: stai pensando cosa pubblicare sui tuoi social che possa coinvolgere e interessare i tuoi followers.
Prima di tutto smetti di cercare nelle pieghe meno battute del tuo cervello; esistono metodi più semplici per scoprire cosa piace al tuo target e questo è il sacro luogo in cui ti verranno rivelati i segreti del Divino Mago Otelma.
Pardon, di momò.

In un certo senso si tratta di imparare a leggere la mente delle persone che ti seguono e, se non possiedi il dono della chiaroveggenza, sappi che esiste un metodo che richiede tempo e pazienza ma è a portata di babbanə:

  1. Definisci bene il tuo target.
    Immagino tu sia stancə di leggere che devi individuare bene a chi ti rivolgi e io stessa, che non amo le ripetizioni, soffro un po’ ogni volta che lo scrivo.
    Tuttavia senza aver compiuto questo passaggio andrai poco lontano perché, anche se vorresti vendere il tuo servizio o il tuo prodotto “a tutti”, parlare “a tutti” è come parlare da soli, ovvero a nessuno.
  2. Tieni sempre presente che i social sono luoghi in cui socializzare, non sono nati per “vendere”.
    Ti senti fregatə? Non dovresti, visto che ormai è chiaro che le relazioni instaurate con i nostri potenziali clienti, ci aiutano a fatturare.
    È importante ricordarsi di questo dettaglio, perché così sarà più facile capire perché è tanto importante creare contenuti di valore, o meglio, regalare.
  3. Impegnati a capire cosa interessa a chi ti segue - tra poco ti spiegherò come fare - e daglielo momò, con personalità e stile. I tuoi.

Dopo esserti tatuatə sulla pelle questi aspetti davvero basilari, puoi iniziare la fase di ricerca e analisi, che a me piace definire “di ascolto”.
Potresti trovarla noiosa e sicuramente richiede tempo, ma semplificherà notevolmente il processo di creazione dei tuoi contenuti.
Come si fa?

Prova con “bidibi bodibi bù”: non succederà niente.

Dovevi toglierti il dubbio e mai come in questo caso tentar non nuoce, visto che non si è mossa una foglia. Benissimo, non è stato fatto alcun danno! In compenso ora sei prontə a fare sul serio:

Complimenti!

A questo punto sei prontə a creare grafiche e copy per i tuoi post; mi sento di farti giusto un altro paio di raccomandazioni da nonnetta.

Ricorda che un contenuto è di valore se intrattiene o diverte, se ispira, se aiuta e informa il tuo target, ma anche se serve a far conoscere te e ciò che offri.
Evita di essere troppo autoreferenziale o di trattare i tuoi social come una vetrina, non esagerare con i post promozionali.
Alterna contenuti con obiettivi differenti, cerca l’interazione col pubblico più della vendita, rispondi a tutti i commenti che riceverai e non farti scoraggiare se all’inizio sarà difficile.

Infine, lascia agli attori l’improvvisazione (o meglio ancora, ai tuoi concorrenti).
Se giuntə fin qui hai ancora incertezze, perplessità o se preferiresti delegare questo aspetto del tuo business, scrivimi e troveremo una soluzione.
Nel frattempo, per avere sempre qualche idea per i tuoi post, dai uno sguardo al mio Calendiario, sono sicura che ti aiuterà 😉

La vera storia di Momò

Sono felice che tu sia curiosə di saperne di più su Momò (che poi sono sempre io).

Qui ti racconto un aneddoto sulla nascita della mia identità digitale e che può aiutarti a capire se sei nel posto giusto o è meglio fuggire in men che non si click!
È importante perché se stai pensando: “quasi quasi la contatto” ti sarà chiaro quanto contano il lavoro di squadra e la fiducia reciproca per la nostra collaborazione.
Buona lettura (5 min più o meno).

Dedicato a chi non si sente Né carne, né pesce. Conosci la sensazione?
Per un lungo periodo della mia esistenza mi sono sentita così.
Poi è arrivata Momò.
La storia che stai per leggere è vera – non te la tiro per lunghe tranquillə – faccio solo una piccola premessa:

Quando è nata Momò ho fallito!

E mi sono pure incazzata parecchio. Quel giorno lì ho dato fondo a tutte le mie conoscenze linguistiche di improperi e volgarità.
Momò nasce quando, in un giorno di Novembre 2018, un manifesto pubblicitario desta molto clamore qui in provincia di Salerno. Realizzato da un ristorante del posto, ritrae alcune modelle curvy in lingerie e la scritta "Preferiamo la carne".
Da quel momento la cittadinanza si divide: alcuni lo considerano sessista e offensivo, altri invece lo trovano divertente e dissacrante.
Il primo a rispondere agli attacchi e alle lettere di protesta dei cittadini indignati è il Sindaco della città che, con ironia, pubblica sulla propria pagina Facebook un manifesto simile che però recita “Noi preferiamo molta carne” e ritrae degli uomini panciuti.
All’epoca collaboravo con un ristorante di specialità di mare della zona. Ero al bar quella mattina, senza pensarci due volte apro il portatile e realizzo al volo (momò) una grafica simile prendendo però come immagine di riferimento il David di Michelangelo e scrivendo (ovviamente) “Noi preferiamo il pesce”.
Entusiasta la sottopongo ai titolari! Ma, ingenua io, mi rispondono che è una cosa che non ritengono degna e che non ne vogliono sapere nulla.
Ci rimango male? Di più. Perché nei lunghi mesi di collaborazione mi ero fatta veramente in quattro e pensavo di aver creato un rapporto di fiducia e stima reciproca.

E allora? Elimino il logo del ristorante e faccio nascere Momò.

Pubblico il post sui miei profili e su una pagina che avevo creato per gioco e boom! Qualcuno ne scrive e una radio locale mi invita a parlarne (felicità a parte) il mio messaggio fu questo:
“Questa polemica mi ha fatta riflettere: ho voluto inserire l'immagine del David perché si tratta di un'opera d'arte universalmente riconosciuta, dunque ci scandalizziamo davanti all'arte? Quali sono i reali motivi dell'indignazione? Qual è la linea sottile che divide sessismo e ironia?"
Ne ha parlato anche Ninja Marketing, qui trovi l’articolo completo.

Momò è nata così, per ribellione. Perché si può essere carne, pesce, nessuno o entrambi.

Delle tante lezioni imparate, la più grande è stata prendere consapevolezza che non è peccato sentirsi “né carne né pesce” e che il coraggio e un briciolo di follia possono portarti lontano.
Momò è la parte più rock della mia anima, lunga vita a Momò! #senzasensenzama
Grazie per essere arrivatə fino in fondo, ora tocca a te: qual è la tua storia?