Perché lo spot di Layla Cosmetics è così imbarazzante?

The Longer The Better. Ma de che? Forse il più imbarazzante.

La nuova campagna di un banale mascara Layla Cosmetics ha scatenato un putiferio. 

E giustamente!

(Nella versione originale QUI c'era il link allo spot sul canale YouTube ufficiale, ma è stato rimosso! Quindi lo sostituisco con QUESTO che poi magari lo rimuoverano. Eh, vabbé.)

Sul perché sia una merdata mi auguro nessuno di noi abbia dubbi. Qui vorrei approfondire l’aspetto comunicazione e marketing e ragionare con te. 

Si tratta di uno spot razzista-sessista-imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Lo hanno raccontato molte persone, tra cui Giulia Baldini di cui ti invito a leggere questo.

E Grazia Fainelli qui.

Ma, com'è potuto succedere?

Ogni volta che mi trovo a progettare e fruire contenuti mi chiedo sempre - soprattutto - “perché”.

Ecco. Su questo vorrei concentrare i nostri sforzi.

Ho individuato 3+1 “I” che riassumono la situazione:

La prima “I” si spiega quasi sola: in quest’intervista Babila Spagnolo, Amministratore Delegato di Layla Cosmetics, racconta di un’azienda inclusiva. Non era molto tempo fa. 

Cosa significa inclusività

“Termine con cui si designano in senso generale orientamenti e strategie finalizzati a promuovere la coesistenza e la valorizzazione delle differenze attraverso una revisione critica delle categorie convenzionali che regolano l’accesso a diritti e opportunità, contrastando le discriminazioni e l’intolleranza prodotte da giudizi, pregiudizi, razzismi e stereotipi.”

[Continua su Treccani]

Ecco dunque il primo peccato mortale, grave errore tecnico di comunicazione: venire meno alle promesse fatte, o peggio fare false promesse, sbandierare al vento “valori” aziendali perché così fan tutti, ma che poi dimostri di non abbracciare davvero. Forse neanche di comprendere in questo caso.

L’incoerenza si paga e pure a caro prezzo.

Ma procediamo con la seconda “I”: incompetenza.

Qui il discorso è un po’ più ampio e necessita una premessa: la campagna in co-branding con Taffo per il medesimo prodotto.

Una special edition dell’ormai celeberrimo ”The Longer The Better” di cui agevolo filmato qui.

Bella eh!?

Questa è una campagna di tutto rispetto che ha sapientemente (secondo me) legato i due brand con “ironia e irriverenza”. Ciò che si definisce un approccio distruptive, ovvero dirompente, tipico del social media marketing di oggi.

Se lo sai fare funziona. Se lo sai fare.

Un approccio ben lontano dal marketing tradizionale che pone(va) il prodotto al centro. Siamo da un bel pezzo nell’epoca del marketing relazionale. Cioè?

Come il termine stesso suggerisce, l’attenzione si è spostata dal prodotto alla persona. Più precisamente alla relazione che il brand instaura, coltiva, nutre con i propri clienti e potenziali clienti.

Sì, la famosa community. No, non i follower (che possono essere comprati, scambiati, barattati) le persone vere e in target.

Come si fa?

Ci si affida a figure professionali che lo fanno di mestiere. Non è genio e sregolatezza, anzi, la sregolatezza non c’entra proprio nulla. Perché prima di attuare una campagna del genere si studia in maniera ossessiva ogni aspetto e ci si interroga profondamente sull’effetto che avrà. A chi vogliamo che arrivi principalmente, cosa ne pensa il nostro target di un determinato argomento o linguaggio, quali parole usa e quali comprende. Quali emozioni susciteremo.

In genere ci si prepara anche con un piano di crisis management perché questo tipo di comunicazione ha sempre dei rischi. Rischi valutabili e gestibili.

Gestibili se li conosci, eh!

E qua arriva la terza “I” l’incoscienza.

Confesso che la “cosa” del merdone di Layla non mi ha per nulla stupita. 

Pensare che in una grande azienda, con grandi budget da investire, con tanti “esperti” e direttori marketing e chissà quanti super responsabili, l’ultima parola sia affidata a chi ha le competenze giuste è una favoletta. Non è sempre così.

Spesso chi ha l’onere/onore di prendere la decisione finale non ne capisce una mazza. Forse neanche ci sta sui social.

Perché il problema è qui: i social.

Questo discutibilissimo spot è stato pensato per i social media secondo te?

E se sì, quali?

Considerando che il media su cui va (andava?) in onda in esclusiva sono “i canali Mediaset” deduco che si tratti di uno spot per la tv (media tradizionale) rivolto a un pubblico moooolto molto specifico.

Il famoso target che apprezza l’offerta delle reti Mediaset tra cui trionfa, per esempio, il GF Vip e “La pupa e il secchione” (inorridisco solo a scriverlo). Eppure è un target con bisogni, desideri, paure e quindi cliente di qualcuno.

Io non faccio parte del target. E tu?

Con assoluta schiettezza ti chiedo:

Domande a cui non so rispondere perché non ce la posso fare a guardarli.

Non per snobismo, anche io amo il trash, ma questo è ben oltre il trash. Sono troppo sensibile a certi argomenti, evito accuratamente di legarmi a persone e aziende di cui non condivido i valori e quindi… non posso. 

Sono dunque abbastanza sicura che se il video fosse rimasto lontano dai social il clamore sarebbe stato minore. Di sicuro più lento.

Lo so, stai pensando: lo hanno fatto di proposito in nome del “basta che se ne parli”.

Può essere, ma se così fosse avrebbero avuto un piano di crisis management e la bomba non gli sarebbe scoppiata in mano.

Dai commenti, dai pubblica/cancella post, dalle non-dichiarazioni ufficiali, direi che hanno fatto una cazzata e basta. 

Peccato che quando pubblichi qualcosa sui social, quando sei un brand, quando lanci il sasso, diventa del tutto inutile nascondere la mano.

Anzi, è pure peggio.

Già immagino queǝ “poverettǝ” che si saranno presi la briga di dire: “succederà un casino.”

Magari hanno pure fatto riunioni su riunioni, ma si sa, l’ultima parola è del capo (ovvero di chi paga gli stipendi a fine mese). Se l’idea geniale è stata proprio del capo allora rassegnamoci… vedremo altre oscenità così finchè mancherà la consapevolezza, la coscienza, l’umiltà e la capacità d’ascolto di questi individui.

Ad avvalorare questa ipotesi - poco creativa, lo ammetto - ti invito a visitare il profilo Instagram di Babila Spagnolo.

Cito: realbabagram

“Spot Layla The Longer The Better Extra Black.

Mi dicono che sia un po’ fuori dalle righe! Boh non capisco.😂

Grazie a tutti. Abbiamo creato qualcosa di magnifico.”

Ma qui mi si apre nella mente un grande enorme dubbio:

chi ha firmato rinnegato questa campagna?

Perché una cosa è certa: non si tratta di una produzione low-cost “fatta in casa per voi” (cit.)

Volevano forse sollevare volontariamente questo vespaio scatenando il dibattito a cui stiamo assistendo?

E chi lo sa… (ma se leggerai fino alla fine forse lo scopriremo).

Non tutto il male viene per nuocere, approfittiamone rinfrescandoci la memoria con una carrellata di ADV altrettanto imbarazzanti.

Segnalata da Roberta Tafuri

Non ha destato alcuno scandalo, anzi. Personalmente la trovo pure “gradevole” 😜 e non ho notato alcun commento offensivo, omofobo, o altro. Ma mi chiedo: se la protagonista fosse stata una donna?

Il retaggio culturale avrebbe generato un sottinteso del tipo: è un invito sessuale?

Posso affermare che questa pubblicità è stata firmata da Gibbo&Lori perché compare nel loro porfolio.

Colpo di scena momò!

Cerca che ti ricerca, il sempre affidabile Google svela l’arcano:

Ta-dà! Mistero risolto!

Risolto ‘na cippa!

Qui si apre una nuova serie di domande, tra cui: come mai non è presente (ad oggi) tra i loro lavori?

Perché, con tutto il trambusto che ha generato 'sto spot, non hanno sentito l’esigenza di divulgare il processo creativo, l’intento, la musa che li ha ispirati?

Ai posteri l’ardua sentenza, a Gibbo&Lori la risposta a tutti i nostri dubbi.

Poi mi piacerebbe pure sapere cosa ne pensa davvero Riccardo Pirrone. Ma questa è ‘na cosa mia. Perché lo stimo e sono certa che potrebbe arricchire notevolmente il dibattito.

E quindi? Finisce così?

Non so se sia furbo o meno, però sento il dovere morale di esprimere la mia personalissima e modesta opinione su questo spot: mi fa cagare lo trovo aberrante.

Lasciami aggiungere che:

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”

cit. Ben Parker lo zio di Spiderman.

Noi comunicatori facciamo un mestiere insidioso e nessuno NESSUNO ha la verità in tasca.

È giusto e nei nostri diritti esprimere opinioni e dire ciò che apprezziamo e detestiamo, perché ci turba o ferisce, è un sacrosanto diritto difendere i diritti. Solo mi piacerebbe vedere la stessa partecipazione anche alle campagne che destano meno clamore, magari perchè sono fatte bene e cercano di sensibilizzare, raccogliere fondi e veicolare tematiche importanti.

Sostenere chi si impegna a fare bene è importante come asfaltare chi fa cazzate.

Anzi, secondo me è più importante e sicuramente più utile.

O no?

Sentiti liberǝ di commentare, dissentire, incazzarti e dare il tuo contributo. Puoi pure condividere l'articolo, eh! #sharingiscaring

Io resto in ascolto.

Ringraziamento speciale: questo contenuto l'ho scritto io - Marina aka Momò - e me ne assumo ogni responsabilità. Devo però dire grazie a chi, con grande pazienza e fiducia, ha contribuito alle mie ricerche e deduzioni e ogni giorno si fa carico di ascoltare le mie chiacchiere in Freelancerìa.

In ordine puramente alfabetico.

Infine, grazie a te! Hai fegato oppure taaanto tempo a dispozione 😅💜

Carə cuginə, ti scrivo

C’è un motivo se noi lavoratori digitali siamo incazzatissimi coi “cugini” di tutti ma in realtà non ce l’abbiamo coi parenti di nessuno.

Definiamo cuginə (o cugginə): persona tra i 15 e i 35 anni, nativə digitale, da sempre in possesso di smartphone e quindi ritenutə sgamatissimə in tutto ciò che è digital, Social in primis, senza avere alcuna competenza professionale in merito.
Non sempre lə cuginə ha legami parentali con l’azienda per cui lavora, ma spesso il committente contatta un Social Media Manager PRO dicendo “finora l’ha gestito miə cuginə” oppure “questo lo segue miə cuginə”.
Altrettanto spesso l’azienda che si rivolge al cuginə rimane insoddisfatta o, nel peggiore dei casi, fregata, con un lavoro eseguito “basta che sia” e che:

Domanda provocatoria: se bastasse essere cugini di qualcuno per lavorare bene coi Social Media, a cosa servirebbero i vari corsi, più o meno costosi ma che comunque bisogna aver voglia di seguire, che si trovano in rete?

Per fare un post NON bastano 2 minuti

Purtroppo in Italia è ancora molto diffusa la convinzione che il SMM “scriva 2 cazzate e pubblichi una foto”.
Questo è ciò che fa lə cuginə, ecco perché i SMM li mal sopportano: i cugini svalutano il reale valore del loro lavoro, alla facciazza del tempo impiegato a studiare e a fare esperienza.

Per fare un post come Dio comanda servono diversi requisiti, per esempio conoscenze di copywriting - almeno basiche - e competenze minime di grafica. E questa è la parte più facile, perché dobbiamo tenere a mente che un post che funziona è un contenuto all’interno di una strategia di marketing, non un evento isolato.

L’etichetta Social Media Manager comprende abilità trasversali molto ampie e differenti tra loro, perché si occupa di gestire la presenza online di un’attività dall’A alla Z:
- definisce quali canali utilizzare
- declina i contenuti in formati adatti a ciascuna piattaforma utilizzata
- crea e gestisce le pagine social
- gestisce, nutre e modera le community
- analizza gli insight
- valuta e propone una strategia di contenuti che porti a raggiungere gli obiettivi aziendali e la ottimizza durante il percorso
- crea i contenuti e li pubblica
- cura l’identità e la reputazione del brand
- genera traffico in entrata

… e probabilmente io stessa ho scordato qualcosa 😜


Chi può ha un intero reparto di Social Media Marketing


e al suo interno troviamo lo Strategist, il Content Manager, il Community Manager, l’ads expert e l’analista.

Ma siamo realistici, in quanti si possono permettere un intero team di professionisti, soprattutto se non viene riconosciuta l’importanza della specializzazione di ciascuna di queste figure?

Al Social Media Manager è quindi richiesta ognuna di queste competenze, tra loro ce ne saranno alcune nelle quali sarà più a suo agio e altre meno, ma un professionista serio proporrà soluzioni al proprio cliente anche presentandogli dei colleghi ferrati su una disciplina specifica, al bisogno.

Un Social Media Manager rispettabile è in grado di fare un passo indietro quando sa di non poter raggiungere i risultati richiesti e ha una caratteristica spiccatissima: la curiosità.
Infatti possiede basi di marketing, ascolta podcast, segue corsi, si aggiorna, impara dai colleghi, prende spunto ed elabora tutto ciò che capita nel suo raggio sensoriale, ma ci sono...

... cose che un Social Media Manager deve saper fare


- Sviluppare una strategia di marketing sui Social, ovvero definire come e dove muoversi per raggiungere gli obiettivi aziendali (l’ho fatta facile)
- Curare la reputazione e l’identità del brand che si segue, definendo e rispettando il Tono di Voce aziendale
- Identificare il target, conoscerlo dettagliatamente e mettersi nei suoi panni (io adoro la fase cosiddetta di listening, te ne parlerò presto!)
- Impostare obiettivi misurabili e valutare il grado di conversione
- Produrre contenuti differenzianti di qualità, sia a livello testuale che grafico, e saperli declinare correttamente per tutti i canali in cui il cliente è presente
- Pubblicare e moderare le pagine, sapendo anche gestire la comunicazione in caso di crisi. Certo, non parliamo di crisi di Stato o umanitarie, ma ti posso assicurare che alcuni commenti sono davvero in grado di distruggere la reputazione che hai creato con tanta fatica per la tua attività: rispondere (o non farlo) in modo corretto, può davvero salvarti - non la vita, ma - il portafoglio
- Monitorare l’andamento delle pagine e produrre i report per il cliente, valutando la crescita del profilo, la copertura dei post, le conversioni, ecc.

C’era una volta un business che si affidò a un cugino


La realtà è molto diversa dalle favole e l’attività che si affida a cuginə non vivrà il classico “e vissero felici e contenti” restando con questo losco figuro tanto bistrattato online.

Come finisce, quindi?
La storia può avere 3 epiloghi:
- prima di fare danni grossi alla propria comunicazione online, l’azienda corregge il tiro e si rivolge a un professionista;
- lə cuginə combina un casino e l’attività si rivolge, disperata, a un Social Media Manager qualificato e referenziato;
- il business non comprende cosa sta succedendo, non ha gli strumenti per valutare la qualità del servizio reso dal cuginə e continua a farsi fregare. 
Tuə cuginə lavora sui tuoi Social come lo farebbe un Social Media Manager professionista?
Prova a tenere traccia dei risultati che ottieni con la sua gestione e, se ti va, scrivimi: la prima consulenza è gratuita e, chissà, potresti scoprire che tuə cuginə è unə PRO!

Cosa pubblicare sui social? Conosci il tuo target, non la magia

Ti vedo sai?
Sei lì, davanti al tuo profilo Facebook o Instagram, immobile e apparentemente in trance: stai pensando cosa pubblicare sui tuoi social che possa coinvolgere e interessare i tuoi followers.
Prima di tutto smetti di cercare nelle pieghe meno battute del tuo cervello; esistono metodi più semplici per scoprire cosa piace al tuo target e questo è il sacro luogo in cui ti verranno rivelati i segreti del Divino Mago Otelma.
Pardon, di momò.

In un certo senso si tratta di imparare a leggere la mente delle persone che ti seguono e, se non possiedi il dono della chiaroveggenza, sappi che esiste un metodo che richiede tempo e pazienza ma è a portata di babbanə:

  1. Definisci bene il tuo target.
    Immagino tu sia stancə di leggere che devi individuare bene a chi ti rivolgi e io stessa, che non amo le ripetizioni, soffro un po’ ogni volta che lo scrivo.
    Tuttavia senza aver compiuto questo passaggio andrai poco lontano perché, anche se vorresti vendere il tuo servizio o il tuo prodotto “a tutti”, parlare “a tutti” è come parlare da soli, ovvero a nessuno.
  2. Tieni sempre presente che i social sono luoghi in cui socializzare, non sono nati per “vendere”.
    Ti senti fregatə? Non dovresti, visto che ormai è chiaro che le relazioni instaurate con i nostri potenziali clienti, ci aiutano a fatturare.
    È importante ricordarsi di questo dettaglio, perché così sarà più facile capire perché è tanto importante creare contenuti di valore, o meglio, regalare.
  3. Impegnati a capire cosa interessa a chi ti segue - tra poco ti spiegherò come fare - e daglielo momò, con personalità e stile. I tuoi.

Dopo esserti tatuatə sulla pelle questi aspetti davvero basilari, puoi iniziare la fase di ricerca e analisi, che a me piace definire “di ascolto”.
Potresti trovarla noiosa e sicuramente richiede tempo, ma semplificherà notevolmente il processo di creazione dei tuoi contenuti.
Come si fa?

Prova con “bidibi bodibi bù”: non succederà niente.

Dovevi toglierti il dubbio e mai come in questo caso tentar non nuoce, visto che non si è mossa una foglia. Benissimo, non è stato fatto alcun danno! In compenso ora sei prontə a fare sul serio:

Complimenti!

A questo punto sei prontə a creare grafiche e copy per i tuoi post; mi sento di farti giusto un altro paio di raccomandazioni da nonnetta.

Ricorda che un contenuto è di valore se intrattiene o diverte, se ispira, se aiuta e informa il tuo target, ma anche se serve a far conoscere te e ciò che offri.
Evita di essere troppo autoreferenziale o di trattare i tuoi social come una vetrina, non esagerare con i post promozionali.
Alterna contenuti con obiettivi differenti, cerca l’interazione col pubblico più della vendita, rispondi a tutti i commenti che riceverai e non farti scoraggiare se all’inizio sarà difficile.

Infine, lascia agli attori l’improvvisazione (o meglio ancora, ai tuoi concorrenti).
Se giuntə fin qui hai ancora incertezze, perplessità o se preferiresti delegare questo aspetto del tuo business, scrivimi e troveremo una soluzione.
Nel frattempo, per avere sempre qualche idea per i tuoi post, dai uno sguardo al mio Calendiario, sono sicura che ti aiuterà 😉

Confondere PED e CED è come chiamarmi Martina anziché Marina

Fin dalla notte dei tempi, l’uomo dà un nome a ogni cosa sulla terra.
Lo fa perché ha la necessità di comunicare velocemente, comprendere e farsi capire. Anche quando esistono 2 nomi per definire la stessa cosa (penso a “mucca” e “vacca”, per esempio), a ben vedere contengono sfumature che rendono entrambi i nomi necessari; servono a riconoscere cose simili ma con caratteristiche differenti.
Chiarito ciò, perché mai l’uomo avrebbe battezzato lo stesso identico documento sia Piano Editoriale che Calendario Editoriale, se davvero si trattasse della stessa cosa?
Voglio dire: se per errore mi chiami Martina anziché Marina un paio di volte non succede niente, ma se insisti mi incazzo un po’.

Ti presento il Piano Editoriale, aka PED

Quando parlo ai miei clienti di Piano Editoriale, questi tendono a reagire in 2 modi:

Ora, se non si tratta di un freelance che lavora nel marketing digitale, la prima reazione citata è più che lecita e ben accolta, anche perché nel mondo fuori dal web, pure i professionisti della comunicazione – ahimè – hanno molto spesso le idee poco chiare su cosa sia un PED. E poiché ci sono cose che vanno fatte per il bene comune oltre che per il nostro, ho deciso di fare chiarezza una volta per tutte su questo vero e proprio “piano di attacco” del marketing e lo farò affrontando ciascuna sua componente per volta, in modo da poter poi comprendere con facilità il resto.

Iniziamo col dire che il PED fa parte della tua strategia di comunicazione, si occupa nello specifico della tua presenza sui social – io di solito lo faccio su base trimestrale – e definisce:

- argomenti da trattare, ossia COSA dire

- format dei contenuti che pubblicherai, ovvero COME dirlo

- su quali canali pubblicare, cioè DOVE dirlo

- tempistiche di pubblicazione, vale a dire QUANDO dirlo

- quale scopo ha ciascun contenuto che pubblicherai, in poche parole PERCHÉ lo dici.

Possiamo dedurre che un PED tratta in gran parte di contenuti e io sono certa tu sappia cosa sono i contenuti, ma vorrei porre l’accento su qualcosa che spesso ci scordiamo:

Un contenuto NON È il tuo obiettivo.

Che si tratti di un post, di un carosello, di un reel, di vlog post, di un articolo di blog, ecc. spesso impieghiamo ore e a volte giorni per produrre un buon contenuto, perciò lo carichiamo di aspettative. 

Eppure aspettarci che quell’unico pezzettino della nostra comunicazione avveri tutti i nostri sogni è un errore grossolano: il singolo contenuto è parte di un insieme di contenuti più ampio, che potenzialmente escono dal contesto dei Social (può comprendere per esempio newsletter, articoli su siti terzi, tutto ciò che coinvolge la tua presenza online) e che ha uno o più obiettivi specifici e misurabili.

Gli obiettivi si dividono in 2 macrocategorie ed entrambe sono fondamentali per le nostre attività:

Ciascun contenuto da noi creato ha un proprio obiettivo, ma, per esempio, sarebbe sbagliato delegare a un solo post le sorti del lancio di un nostro nuovo servizio.

L’importanza di chiamarsi PED (e non CED)

Solo compreso questo possiamo capire quanto sia strategico il Piano Editoriale, che a conti fatti è un documento abbastanza semplice, spesso un foglio excel, che ci offre una visione a 360° di dove vogliamo arrivare.
Non finisce qui, perché l’utilità più riconosciuta del PED è aiutarci a progettare, produrre, distribuire i nostri post e misurarne i risultati.
Come lo fa? Definendo:
1. il taglio editoriale di tutto ciò che verrà pubblicato, ossia lo scopo di ogni singolo post – intrattenere, informare, ispirare e raccontare di te e del tuo lavoro) – il format e la presenza o meno di una Call To Action

2. gli argomenti da trattare in ogni singolo contenuto da creare, le rubriche e i temi dei post

3. il target di riferimento, a chi questi contenuti sono indirizzati

4. il canale sul quale andremo a pubblicare ciò che avremo prodotto

5. gli obiettivi da raggiungere e misurare per valutare cosa funziona e cosa no e, quando serve, come “aggiustare il tiro”.

Cosa non è il Piano Editoriale

Una volta redatto un buon PED, ne sarai così entusiasta e ne apprezzerai tanto la comodità e i vantaggi, che avrai l’istinto di seguirlo pedissequamente.
Bene ma non troppo: il Piano Editoriale non è inciso nella pietra, può essere modificato a seconda delle necessità e accetta anche contenuti estemporanei nati dall’ispirazione del momento, che siano coerenti con la strategia in atto.
Le caselle del PED non sono la galera della tua comunicazione, chiediti solo se quello che stai per pubblicare è in linea con i tuoi obiettivi e, alla fine, ti accorgerai che anche la tua spontaneità trarrà beneficio dall’avere alla base il Piano Editoriale! 

Se ancora ci domandiamo se sia nato prima l’uovo o la gallina, numerosi studi antropologici e sociali confermano che il PED è nato prima del CED.

A questo punto avrai chiaro che il Piano Editoriale contiene le coordinate per creare il nostro Calendario Editoriale; è infatti proprio da qui che possiamo partire per produrre il CED creando:

Inoltre, grazie al Piano Editoriale sapremo esattamente quando, come e dove pubblicare ciò che avremo realizzato e cosa monitorare per valutare il successo della nostra strategia. 

Ti sembra difficile?

Per fare un buon lavoro nel produrre due documenti come il Piano e il Calendario Editoriale, servono:

Tutte caratteristiche che potresti desiderare di dedicare ad altri aspetti della tua attività, per farla crescere come solo tu sai fare.

Se però comprendi quanto sia necessario oggi essere presente in modo corretto sui Social, io sono qui per aiutarti in men che non si dica, anzi, proprio momò. E mentre decidi se contattarmi oggi o domani, ti consiglio di leggere questo articolo: troverai alcuni trucchetti per decidere cosa pubblicare sui tuoi social.